Stefano Campiglio Osteopata

Sportivi

L’equilibrio del sistema muscolo-scheletrico è una condizione importante da mantenere in ogni persona, ma nello sportivo che sia esso agonista o amatore assume sicuramente un aspetto prioritario.

Il paziente sportivo rappresenta una tipologia di persona a sé, che va innanzitutto compresa. Quello che cambia rispetto ad altri tipi di pazienti, di solito, è la richiesta funzionale, che è molto più alta rispetto alla media.

Ovviamente c’è poi una grande differenza tra un amatore e un professionista: per il secondo essere in grado di poter effettuare la prestazione con il minor dolore possibile rappresenta di solito il principale obiettivo, anche se questo può significare crearsi dei danni tissutali che potrebbero avere conseguenze anche nel lungo termine.

E’ necessario quindi cercare di mettersi nei panni della persona per cercare di comprendere al meglio tutte queste dinamiche, con umiltà, dal momento che l’atleta conosce il suo sport meglio dell’osteopata, e tenendo in considerazione che non si tratta in questi casi di una disciplina amatoriale, ma della professione del paziente, della sua vita.

Se parliamo invece di un amatore, ritengo che il ruolo dell’osteopata sia sempre quello di supportare la Salute, in ogni circostanza, e questo può voler dire anche informare il paziente sui rischi che si possono correre ignorando un sintomo, o volendo a tutti i costi perseguire la performance anche se significa farsi male o peggiorare il proprio stato di salute (anche a costo di instaurare una positiva e funzionale discussione!).

Quando ci si approccia ad un paziente sportivo, la prima cosa è cercare di comprendere il gesto atletico che il paziente deve effettuare.

Personalmente se non conosco nel dettaglio la tipologia di sport, mi piace spendere qualche minuto per farmi spiegare bene in cosa consiste, e se possibile mimare e riprodurre il gesto o la situazione nel quale viene di solito svolto (xes utilizzo di particolari attrezzature, senza le quali non si riesce a riprodurre il sintomo).

Questo permette una valutazione più accurata e anche un piano di trattamento con l’utilizzo di tecniche adattate al gesto atletico specifico.

Nella mia esperienza i pazienti sportivi prediligono un approccio più strutturale, soprattutto se sono alle prime sedute, e questo va benissimo dal momento che l’approccio strutturale può rappresentare un’ottima via di accesso per la Salute del paziente, in seguito può essere interessante esplorare tipologie diverse di tecniche e vagliarne l’efficacia nel caso specifico.

Tra i possibili obiettivi che ci si può porre nel trattare un paziente sportivo, ci sono sicuramente l’approccio ad aree sovraccaricate dal gesto atletico, e quindi dolenti; oppure un lavoro nella prevenzione per cercare di evitare, o ridurre al minimo il rischio di infortuni, così come un lavoro di mobilizzazione su aree ipomobili che creano limitazioni meccaniche, inficiando infine la performance.

Anche in questo caso le disfunzioni somatiche possono essere riscontrate in aree vicine al sintomo o alla parte del corpo utilizzata nel gesto atletico, ma anche a distanza, infatti citando due esempi, le catene miofasciali così come problematiche viscerali possono creare alterazioni del movimento locali, ma non solo.

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L’equilibrio del sistema muscolo-scheletrico è una condizione importante da mantenere in ogni persona, ma nello sportivo che sia esso agonista o amatore assume sicuramente un aspetto prioritario.

Il paziente sportivo rappresenta una tipologia di persona a sé, che va innanzitutto compresa. Quello che cambia rispetto ad altri tipi di pazienti, di solito, è la richiesta funzionale, che è molto più alta rispetto alla media.

Ovviamente c’è poi una grande differenza tra un amatore e un professionista: per il secondo essere in grado di poter effettuare la prestazione con il minor dolore possibile rappresenta di solito il principale obiettivo, anche se questo può significare crearsi dei danni tissutali che potrebbero avere conseguenze anche nel lungo termine.

E’ necessario quindi cercare di mettersi nei panni della persona per cercare di comprendere al meglio tutte queste dinamiche, con umiltà, dal momento che l’atleta conosce il suo sport meglio dell’osteopata, e tenendo in considerazione che non si tratta in questi casi di una disciplina amatoriale, ma della professione del paziente, della sua vita.

Se parliamo invece di un amatore, ritengo che il ruolo dell’osteopata sia sempre quello di supportare la Salute, in ogni circostanza, e questo può voler dire anche informare il paziente sui rischi che si possono correre ignorando un sintomo, o volendo a tutti i costi perseguire la performance anche se significa farsi male o peggiorare il proprio stato di salute (anche a costo di instaurare una positiva e funzionale discussione!).

Quando ci si approccia ad un paziente sportivo, la prima cosa è cercare di comprendere il gesto atletico che il paziente deve effettuare.

Personalmente se non conosco nel dettaglio la tipologia di sport, mi piace spendere qualche minuto per farmi spiegare bene in cosa consiste, e se possibile mimare e riprodurre il gesto o la situazione nel quale viene di solito svolto (xes utilizzo di particolari attrezzature, senza le quali non si riesce a riprodurre il sintomo).

Questo permette una valutazione più accurata e anche un piano di trattamento con l’utilizzo di tecniche adattate al gesto atletico specifico.

Nella mia esperienza i pazienti sportivi prediligono un approccio più strutturale, soprattutto se sono alle prime sedute, e questo va benissimo dal momento che l’approccio strutturale può rappresentare un’ottima via di accesso per la Salute del paziente, in seguito può essere interessante esplorare tipologie diverse di tecniche e vagliarne l’efficacia nel caso specifico.

Tra i possibili obiettivi che ci si può porre nel trattare un paziente sportivo, ci sono sicuramente l’approccio ad aree sovraccaricate dal gesto atletico, e quindi dolenti; oppure un lavoro nella prevenzione per cercare di evitare, o ridurre al minimo il rischio di infortuni, così come un lavoro di mobilizzazione su aree ipomobili che creano limitazioni meccaniche, inficiando infine la performance.

Anche in questo caso le disfunzioni somatiche possono essere riscontrate in aree vicine al sintomo o alla parte del corpo utilizzata nel gesto atletico, ma anche a distanza, infatti citando due esempi, le catene miofasciali così come problematiche viscerali possono creare alterazioni del movimento locali, ma non solo.

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